Lo stress occupazionale e il mobbing

27 Feb, 2012 by

Lo stress occupazionale e il mobbing

Negli ultimi anni lo stress occupazionale è stato oggetto di notevole attenzione da parte della comunità scientifica, degli Organismi e delle Istituzioni internazionali e dell’opinione pubblica. Emblematici a questo proposito risultano essere il  D.Lgs. 81/08 in materia di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro, e le successive disposizioni integrative e correttive introdotte con il D.Lgs. 106/2009, che stabiliscono l’obbligo per il Datore di Lavoro di effettuare la valutazione di tutti i rischi, compresi i rischi particolari ”tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato” secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’ 8 ottobre 2004. Tale accordo mira ad accrescere la “consapevolezza e la comprensione dello stress da parte dei datori di lavoro, dei lavoratori e dei loro rappresentanti e ad attirare la loro attenzione sui segnali che potrebbero denotare problemi di stress occupazionale” (art.1).

Risulta quindi riconosciuto a livello nazionale ed internazionale come lo stress occupazionale sia una problematica radicata e grave, con conseguenze dannose sulla salute psico-fisica dell’individuo e sul benessere della sua famiglia, sui datori di lavoro e sulla società. Infatti, rappresenta un costo anche per le aziende in termini di assenteismo, calo della produttività, controversie legali e generale deterioramento delle relazioni interpersonali e dell’ambiente di lavoro. I costi per la società sono di tipo sanitario, con aumento delle richieste di cura, invalidità e disabilità, e sociale con richieste di pensionamento anticipato e fenomeni di disgregazione familiare e sociale (Agenzia Europea perla Salutee Sicurezza sul Lavoro, 2002).

 

Le persone vittime di mobbing subiscono uno stress notevolmente più elevato rispetto agli altri lavoratori ed è ormai condiviso come le molestie morali costituiscano un rischio potenziale per la salute che spesso sfocia in patologie stress-correlate.

Va però sottolineato che ad oggi il fenomeno del mobbing non possiede ancora una precisa definizione giuridica in Italia e le sue conseguenze psicofisiche non hanno ancora una dignità nosografica a livello internazionale. Pertanto, in senso operativo e medico- legale, ci si riferisce generalmente ad esse come un “Disturbo dell’Adattamento” secondo il DSM-IV-TR e ICD 10.

In ogni caso, benchè non si sia ancora giunti a una definizione ufficiale condivisa,   parlando di mobbing, si fa riferimento generalmente ad un insieme di vessazioni sul posto di lavoro, sistematiche e prolungate.

A una mancanza di unicità nella definizione, corrisponde una carenza di tecniche di misurazione condivise (Cowie et al., 2002) e la conseguente difficoltà a raccogliere dati confrontabili.

Verso la metà degli anni ’80 Heinz Leymann (1990, 1996) è stato il primo a parlare di mobbing, in un momento in cui cresceva l’interesse per gli effetti negativi del conflitto interpersonale sul lavoro. In seguito la ricerca si è particolarmente sviluppata nel nord Europa, in particolare in Norvegia e Finlandia, ma anche in Germania e in Inghilterra. In Italia il fenomeno è stato affrontato con un certo ritardo, a partire dalla seconda metà degli anni ’90. Anche negli Stati Uniti vi è stato un crescente riconoscimento dei comportamenti ostili sul luogo di lavoro e delle loro conseguenze.

Dal punto di vista esplicativo, il mobbing rappresenta un fenomeno sociale complesso e multifattoriale, che vede interagire fattori individuali (legati per esempio alla personalità e vulnerabilità individuale degli attori in gioco), diadici (strettamente legati ai rapporti interpersonali e all’escalation del conflitto tra due persone), di gruppo (con il fenomeno del capro espiatorio, dove l’aggressività è diretta verso il membro più debole o “diverso” del gruppo), organizzativi (in termini, per esempio, di clima aziendale, o stili manageriali che possono favorire o permettere comportamenti aggressivi) e sociali (legati alla storia della cultura socio-economica di un paese).

Leymann (1990, 1996) è stato tra i primi autori a fornire osservazioni cliniche, mettendo in evidenza come le persone vittime di mobbing manifestino una costellazione di sintomi, quali disturbi psicosomatici, depressione, disturbi ossessivo compulsivi, senso di impotenza, rabbia, ansia ma anche isolamento sociale e disadattamento in generale. Ha inoltre descritto come tali sintomi possano esitare in gravi patologie fino al tentativo o alla messa in atto del suicidio.

Anche Broadsky (1976) in realtà, sulla base di rilevamenti clinici condotti negli Stati Uniti, aveva illustrato tipici pattern di reazione nelle vittime di mobbing: uno con sintomi prevalentemente di tipo psicofisiologico, con senso di debolezza, fatica cronica e dolori diffusi, un altro di carattere depressivo, con senso di impotenza, calo di autostima e insonnia; altra reazione comune è quella che si manifesta con sentimenti di ostilità, ipersensibilità, persecutorietà, nervosismo e comportamenti di ritiro sociale.

Numerosi altri studi (per esempio Bjorkqvist et al., 1994; Cassitto, 2003; Gilioli et al., 2001 e 2003; Vartia, 2001 e 2003) concordano nel riportare tali sintomi a carico della sfera emotiva, psicosomatica, comportamentale fino a vere e proprie patologie psichiatriche tra le quali anche sintomi del Disturbo Post Traumatico da Stress (Bjorkqvist et al, 1994; Leymann, 1996; Mikkelsen e Einarsen, 2004, Namie e Namie, 2000).

Keashly e Jagatic (2003), in una revisione della letteratura americana sulla violenza sul lavoro, riportano alcune considerazioni fondamentali. La prima è che gli effetti di comportamenti negativi, che potrebbero sembrare di minor gravità, sono in realtà di ampia portata, coinvolgendo tutte le aree di funzionamento della vittima, da quella personale (psicologica, cognitiva, fisica) a quella interpersonale (con comportamenti aggressivi, conflitti di coppia e familiari) e professionale (con diminuzione della soddisfazione lavorativa, assenteismo, turn over e ritiro dal lavoro). Gli autori evidenziano inoltre come persone vittime di comportamenti aggressivi possano a lorovolta divenire ostili, in una spirale di violenza in cui le vittime stesse possono a loro volta compiere atti lesivi.

Tipicamente le vittime attribuiscono la loro sofferenza alla situazione avversativa di lavoro, riportando di aver goduto di buona salute fisica e mentale prima che tale evento intervenisse (Mikkelsen, 2001). Anche chi dichiara di aver vissuto precedentemente altri eventi di vita stressanti, quali incidenti, separazioni o lutti, dichiara che nessuno di questi ha causato tanta sofferenza quanto il mobbing (Mikkelsen e Einarsen, 2002).

E’ importante sottolineare che la sintomatologia descritta sembra assumere carattere di gravità quando le molestie si verificano in modo frequente e regolare (Einarsen e Raknes, 1997; Vartia, 2001) e che anche comportamenti di minore gravità, se ripetuti frequentemente e per lungo tempo, possono avere effetti nocivi sulla salute (Keashly e Jagatic, 2003) [dalla tesi “Emozioni, temperamento e carattere: studio preliminare su un campione di soggetti con problematiche da stress occupazionale” autori: Lunghi Elisabetta, Minuti Giulia, Quaia Valentina]

Related Posts

Share This

Shares